La torre

La torre

Non è solo un romanzo, è un mondo – salvato dall’oblio – il poderoso La torre di Uwe Tellkamp ( Der Turm, 2008, trad. it. di Francesca Gabelli – sia lode a lei! -, Bompiani 2012). Il mondo che le 1334 pagine del romanzo-poema di Tellkamp cantano senza elegia è quello della Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, negli anni del suo inesorabile declino. Ho definito quest’opera un romanzo-poema perché la prosa di Tellkamp è straordinariamente poetica, ma non nel senso di un banale lirismo bensì per la creatività delle sue lunghe e avvolgenti frasi. La torre può essere letto come una immensa sinfonia, con temi che si intrecciano e si richiamano, con un continuo germinare di nuovi spunti che riconfluiscono in un immenso mare. I personaggi sono molti, e di differenti ceti sociali e livelli culturali, perché anche in uno stato comunista gli umani sono diseguali, ma i più importanti appartengono a quella che si può chiamare la residua borghesia professionale-intellettuale della Germania Est. In un  certo senso, all’interno del grande romanzo si potrebbero ritagliare almeno tre sub-romanzi, ciascuno con un protagonista maschile come polo intorno a cui ruotano altri personaggi maschili e femminili, anche decisivi per il senso globale dell’opera. I tre personaggi cardinali sono il chirurgo Richard Hoffmann,  il figlio Christian – prima studente e poi soldato -, e l’intellettuale Meno Rhode, che lavora in una casa editrice. La strepitosa ricchezza del testo richiederebbe una analisi molto complessa e raffinata. Mi limito a dire che la totale assenza di qualsiasi traccia di risentimento colloca senza dubbio La torre in quella che gansianamente chiamo letteratura post-millenniale. Per mio diletto cito un passo in cui il vecchio scrittore comunista Eschschloraque, dice, interrogandosi sul senso della libertà che il popolo est-tedesco sembra tanto bramare: «Ma le persone, quando sono libere, cosa fanno della loro vita? Se la loro aspirazione è essere felici, qual è allora l’espressione della loro felicità? Vanno a caccia! Il passatempo preferito dall’aristocrazia che aveva molto tempo libero era andare a caccia. E la gente modesta pratica la caccia della gente modesta: va a pescare. Cosa ottengono con la rivoluzione? Un aumento del numero dei pescatori. Il miglioramento del destino dell’operaio consiste nel fatto che egli possa dedicarsi a questa semplicissima forma di caccia. E in cambio libertà, uguaglianza, fratellanza. Oddio.» (pp. 1303-1304). Wunderbar!

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