Il caos prossimo venturo

Il caos prossimo venturo

È un saggio di 675 pagine nell’edizione italiana Il caos prossimo venturo (sottotitolo Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni, trad. it. di  A. Grechi e A. Spilla, Neri Pozza 2007). IL testo è del 2006, quindi è stato scritto prima della grande crisi finanziaria, ma le tesi che sostiene non sono contraddette da questa. Il titolo originario è decisamente eloquente: Twilight of the Nation State. Il libro di Prem Shankar Jha è chiaramente diviso in due parti. Nella prima l’autore delinea lo sviluppo del capitalismo dal suo sorgere nel tardo medioevo, attraverso le sue grandi fasi storiche. Nella seconda analizza diffusamente la politica economico-militare degli Stati Uniti negli ultimi decenni, soffermandosi a lungo sulle guerre di Bosnia e di Iraq. Ne esce un quadro fortemente antiamericano, per la qual cosa è sorprendente che alla fine una delle due possibili uscite dalla globalizzazione imperialistica sia una egemonia americana “consensuale” e morbida.

I concetti chiave sono: 1. Il capitalismo ha come motore lo sviluppo tecnologico (che oggi è insostenibilmente accelerato); 2. Il capitalismo ha bisogno di un contenitore (inizialmente la città stato, poi lo stato territoriale, poi lo stato nazionale, ecc.), e quando il contenitore diventa troppo piccolo per le sue esigenze, lo fa esplodere, con conseguenze gravissime per molti, cui si pone gradualmente rimedio nello sviluppo successivo. 3. Oggi il capitalismo si basa su colossi transnazionali che impongono la distruzione dello stato nazionale, perché il contenitore di cui  abbisognano è l’intero pianeta. 4. Gli Stati Uniti sono l’agente principale di distruzione dell’ordine westfaliano, nato dalla Guerra dei Trent’anni. 5. Stiamo quindi entrando in una fase di caos sistemico tremendo, col tentativo fallito degli USA di imporre una pace imperiale sul mondo, e propettive tenebrose per il futuro immediato, e con squilibri sempre più marcati nel rapporto tra ricchi e poveri in tutto il mondo.

Forse ora si potrebbe aggiungere qualcosa sull’aspetto finanziario, ma la sostanza è poco mutata negli anni di Obama.

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