Avatar

I film che ottengono un successo globale vanno analizzati con cura, perché hanno molto da rivelare circa il modo in cui qell’élite che domina la scena della rappresentazione mediatica vuole che noi concepiamo il mondo. I blockbuster hollywoodiani sono sempre anche film ideologici. Il film che in questo momento domina la scena della rappresentazione mediatica (e il presidente Obama si è affrettato ad andare a vederlo con la famiglia) è Avatar di J. Cameron. Ora, al di là di tutte le considerazioni sulla tecnologia impiegata nella realizzazione di quest’opera (che peraltro non è priva di rapporto coi suoi contenuti), mi pare che il senso fondamentale del film si possa condensare in questi 4 punti:

1) Esiste una differenza radicale tra i Buoni e i Cattivi.

2) La Natura è buona, la civiltà tecnologica è cattiva.

3) Noi umani siamo dei violenti sfruttatori parassiti della Natura.

4) Alla violenza si risponde con la violenza, quella dei Buoni e della Natura contro i Cattivi è legittima e porta alla vittoria e alla soluzione dei problemi.

Osservazioni a margine. La storia narrata in Avatar è scontata, e ha molto di quella narrata nel cartone disneyano Pocahontas. I nativi buoni sembrano anche fisicamente, nonostante le orecchie mobili e la coda, indiani delle foreste, rivelando per l’ennesima volta il senso di colpa americano inestinguibile nei confronti delle popolazioni native d’America sottomesse e distrutte. Gli abitanti del pianeta Pandora sono presentati come viventi in perfetta armonia con la Natura (secondo l’imperante idealizzazione della vita degli Amerindi). Osservo che inevitabilmente, quando si vuole mettere in scena quest’idea di armonia, si presenta una popolazione di cacciatori, e non di agricoltori, perché la vera violenza sulla natura la fa l’agricoltore, che la trasforma radicalmente e l’a rende serva. I Navi di Avatar sono armati di lance e archi: e in realtà sono del tutto umani, al di là dell’aspetto. Infatti hanno il linguaggio e tutte le altre istituzioni che separano, con un abisso, gli umani dagli animali. Tra l’altro, il loro rapporto con la natura non esclude affatto il dominio: essi impongono con la forza il loro volere sugli animali che addomesticano per i loro propri fini. Insomma, questa popolazione non-umana (umanoide, come si dice) di un altro pianeta, in realtà è umana. Gli umani, infatti, non possono pensare ad esseri intelligenti che non condividano con loro i fondamenti dell’umano: e anzitutto lo scambio di segni mediante il linguaggio.

Questo film è una quintessenza dell’ideologia hollywoodiana imperante, che non implica un superamento della dimensione sacrificale violenta, ma, mediante una divinizzazione della Natura, un suo ritorno mistificato e mistificante.

4 pensieri su “Avatar

  1. L’idealizzazione degli amerindi non concerne tanto l’armonia della loro vita con la natura ( dato che gli occidentali hanno trovato una natura intatta si presume che questa armonia fosse una realtà non una nostra idea ) quanto la loro bontà.
    Quindi bontà = amerindi =natura che significa anche bontà = natura .

    Nella divinizzazione contemporanea della natura ( neo Spinoziana , new-age, immanentistica) è indubbiamente presente una rimozione dell’aspetto tragico che è indispensabile per occultare quella dimensione sacrificale violenta .
    Però è mezzo secolo che Hollywood insiste con questa cosa con topi parlanti , paperi in palandrana e nativi gentili .
    Rimane da chiedersi quale sia l’esito implicito in questa operazione culturale di stampo palesemente materialista e riduzionista .
    Perché ormai è chiaro che sono i media a formare il nostro futuro

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