Anche ai tempi in cui per potersi chiamare poeta era necessario saper comporre dei versi, cioè avere almeno un’abilità tecnica, ovvero essere capaci di scrivere endecasillabi e settenari senza errori, anche allora i poeti in Italia erano troppi. Lo lamentava Leopardi stesso: si era sommersi da migliaia di volumi, anche la cittadina più sperduta aveva la sua Accademia dell’Arcadia o surrogato della medesima. E il poeta autentico anche allora aveva pochi lettori.
Oggi è ben peggio. Ci sono piccole case editrici che vivono stampando a pagamento i libercoli di autori (e autrici) che si pensano poeti e poetesse per il solo fatto di avere sentimenti e di esprimerli per iscritto, andando a capo arbitrariamente, invece che a fine riga. E quelli sarebbero versi. Nessuna relazione con la metrica.
Ma qui, oltre ad aspetti sociologici e psicologici di estremo interesse, c’è un interrogativo che si pone con forza. Chi oggi è in grado di definire con certezza che cosa si intende quando si parla di versi?.
