Tibet

Che nei torbidi del Tibet che hanno scatenato la questione olimpica vi siano stati elementi di “pogrom anticinese”, come si è sostenuto da qualcuno, mi pare difficile negarlo. Le prime immagini giunte sui circuiti internazionali, con giovani tibetani simili a black-block che incendiavano auto e spaccavano vetrine, erano eloquenti. Fenomeni simili sono spesso avvenuti in territori marginali, con usi e costumi fortemente differenziati, annessi a vasti imperi o a stati più grandi. In fondo, una qualche analogia la presenta il nostro Alto Adige. Conquistato di slancio dalle truppe italiane durante la ritirata austriaca del 1918, quel territorio non era mai stato italiano. Le genti che lo abitavano erano di lingua e costumi tedeschi. Ma l’Italia, anche quella democratica, non si è mai sognata di rinunciarvi, poiché nessuno Stato, per grande o piccolo che sia, può mai donare un pezzo anche piccolissimo del suo territorio. Così è del Tibet: si potrà, col tempo, avere qualche autonomia locale, occorre negoziazione e pazienza. In ogni caso, mediazione politica anzitutto interna allo stato cinese. Che è una superpotenza militare, non solo un gigante economico.

Gli attacchi alla fiamma olimpica, nel contesto odierno, sono altamente significativi. Anzitutto, di una dislocazione della sacralità, che sembra oggi rifuggire da ogni concentrazione simbolica. La fiamma viene attaccata e spenta perché, evidentemente, non è più sacra. Occorre chiedersi perché. Probabilmente perché quel sacro era finto, una convenzione sportivo-mediatica cui si crede solo per forma. Inoltre, fin dall’attacco palestinese alle Olimpiadi di Monaco (chi se lo ricorda?) il simbolo olimpico è un potenziale bersaglio, lo sono gli atleti stessi. La guerra è divenuta una faccenda asimmetrica, e anzitutto mediatica, in quelle olimpiadi tedesche. Inoltre, occorre tener conto che sovente l’attacco viene portato a simboli sostitutivi perché e solo perché non si è in grado di attaccare il referente mondano del simbolo stesso: i casi delle bandiere israeliane e americane continuamente bruciate nel mondo sono eloquenti. Ma mentre in questo caso il rapporto è semplice, in quello della torcia olimpica le questioni sono più aggrovigliate. Come è aggrovigliata nella nostra mente l’immagine della Cina. Tanto più risibili, in un mondo in cui la Cina stessa ha in mano mezza economia planetaria, appaiono le argomentazioni di filosofi residuali come Gianni Vattimo e Domenico Losurdo, che tiene anche un blog, nel quale si parla del Tibet come di uno strumento dell’imperialismo contro la Cina (la quale in Africa e Sud America non sarebbe a sua volta imperialista, mah….).

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