La grande scoperta politica della Rivoluzione Francese e del suo seguito napoleonico, filtrata attraverso la metafisica post-kantiana di Hegel, è che l’individuo autonomo dell’Illuminismo, pur se la sua migliore opportunità di essere felice sta nella società civile pensata da Locke, è nel nucleo originario della sua umanità modellato sul centro sacro e solo secondariamente e con riluttanza accetta di essere un partecipante della periferia scenica. Ma in contrasto con la posa romantica che afferma l’individuo assoluto come essere superiore contro la massa lockiana, Hegel riconosce che la società moderna è un intero universo di esseri superiori forzati a confermare la loro superiorità attraverso le mediazioni del mercato (p. 116).
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La trasformazione che Engels opera della dialettica hegeliana nella dialettica “materialista” del “socialismo scientifico”, lungi dall’essere una semplice volgarizzazione, rende in termini politici le aspirazioni intellettuali utopiche della dialettica. Questa visione dell’utopia finale, la “fine della storia”, è una visione che la nascente società del mercato sarebbe divenuta in grado di respingere soltanto sulla base di un’esperienza storica che non sarebbe potuta essere anticipata al tempo di Hegel. Anche questa è opera dell’Olocausto, che ha dimostrato la vulnerabilità del sistema di scambio del mercato all’idea che quella comunità autentica possa essere creata con l’annientamento di coloro che sono sospettati di nutrire una speciale aspirazione alla centralità. Solo l’esperienza di una violenza indicibile legittima l’idea di un evento originario così violento che solo la trascendenza del segno ha potuto differirlo: come la postmodernità, l’antropologia generativa è figlia dell’Olocausto (p. 120).