Formalismo

Il Sessantotto ha combattuto e distrutto alcuni elementi di formalismo: via i grembiuli delle ragazze, via le pedane dalle cattedre (non si è riusciti ad andare fino in fondo, abolendo le cattedre stesse), via la selezione in base al merito, via questo e via quello. Si è creato spazio ad altri formalismi, ad altri ritualismi: formalismi e ritualismi deboli. Tutti vedono che i giovani di oggi sono fragili, ma quasi nessuno capisce che non sono affatto più fragili in sé rispetto a quelli delle generazioni precedenti. I ragazzi del Settantasette erano forse più solidi? Erano più robusti psicologicamente quelli del Sessantotto? O brillavano per solidità morale i giovani fascisti? La presenza di un formalismo sociale riconosciuto e accettato comunemente è, purtroppo, l’unica garanzia di stabilità psicologica, di sicurezza delle anime. Quando tutto gira velocemente, i costumi mutano, o ci si convince che mutino, in pochi anni, quando ogni istituzione è avvertita come non credibile, e i rituali non sono legati ad alcuna tradizione in cui si abbia fede, e però non possono non svolgersi ugualmente, allora è semplicemente logico che i più si sentano mancare il terreno sotto i piedi. La caduta del formalismo tradizionale, sostituito dai formalismi deboli (nella scuola: assemblee studentesche, collegi dei docenti, coordinatori, seminatori, sarchiatori, psicopompi, ecc.), apre la strada non al pensiero debole e pacifico, ma al caos e alla depressione, alla violenza. I giovani sono sempre i giovani di una società data. I giovani contestatori del Sessantotto erano figli della società coeva, come i giovani di oggi, di cui è insensato lagnarsi, sono il prodotto della società. E anche la scuola lo è. Del resto, anche l’apparente caos ha sempre una forma, trattandosi di umani, cioè di esseri significanti: occorre saper leggere questa forma. I saperi frammentati di oggi mi appaiono impotenti, non atti a questa lettura.