Desiderio, nulla

Il desiderio crea il suo oggetto, da un lato, e dall’altro ha una dimensione ineludibilmente sociale. Infatti la bellezza che Narciso scopre nella propria immagine, per essere riconosciuta come tale, richiede un canone. La bellezza non è immediata. Il desiderio di Narciso è anzitutto in potenza. Dovrebbe passare in atto nel momento in cui egli scorgesse un essere desiderabile. Ma la desiderabilità dell’altro da sé non è un prodotto totalmente autonomo del sé. Narciso attribuisce esistenza e alterità a quello che vede riflesso nelle acque. Il suo dunque è un errore di interpretazione, vede l’altro dove c’è l’identico.
Don Giovanni è solo in parte Narciso. Narciso seduce inconsapevolmente e incolpevolmente Eco, mentre l’amore di sé in Don Giovanni coesiste col più alto grado di consapevolezza. Infatti egli non è amante, ma seduttore. La figura che dovrebbe essere evocata come espressione dell’impossibile fusione dei due in uno è quella di Tristano.
L’avaro che nasconde il suo tesoro per possederlo pienamente è paradossale, nel senso che il possesso e il desiderio sono alternativi. Non si può desiderare ciò che si possiede: su questa massima si è costruita la visione occidentale dell’amore. Perciò, se amore e desiderio sono la stessa cosa, è sensato che l’amante allontani da sé l’amato, qualunque cosa questo sia, al fine di poter perpetuare il desiderio. Proiettare l’amato nella non esistenza potrebbe rappresentare il massimo di esasperazione del desiderio stesso e il compimento della logica del desiderio-amore.

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