Rileggo Simone Weil 81

Il cristianesimo primitivo ha fabbricato il veleno della nozione di progresso mediante l’idea della pedagogia divina che forma gli uomini per renderli capaci di ricevere il messaggio del Cristo. Questo s’accordava con la speranza della conversione universale delle nazioni e della fine del mondo come fenomeni imminenti. Ma poiché nessuna delle due si era verificata, dopo sedici o diciassette secoli questa nozione di progresso è stata prolungata al di là del momento della rivelazione cristiana. Quindi doveva rivoltarsi contro il cristianesimo. (III, 349-350)

La metafora della pedagogia divina dissolve il destino individuale, che solo conta per la salvezza, in quello dei popoli.
Il cristianesimo ha voluto cercare un’armonia nella storia. È il germe di Hegel e quindi di Marx. La nozione di storia come continuità orientata è cristiana.
Mi sembra che poche idee siano più totalmente false. Cercare l’armonia nel divenire, in ciò che è il contrario dell’eterno. Cattiva unione dei contrari.
L’umanesimo e ciò che ne è seguito non è un ritorno all’antichità, ma uno sviluppo dei veleni interni al cristianesimo. (III, 350)

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Credo che lo sforzo che si richiede per poter far in qualche modo entrare Simone Weil nell’ambito del Cristianesimo sia vano. Il suo pensiero è chiaramente incompatibile col nucleo profondo della tradizione ebraico-cristiana. Tuttavia, anche passi come questi dovrebbero porre la questione suprema che investe il concetto del Dio di Israele come Dio che opera nella storia, che fa la storia. Non mi pare dubbio che questo Dio che interviene con elezioni, punizioni, prospettive future, redenzioni, ecc., sia un Dio che viene concepito come legato al tempo storico, non solo nel senso che l’idea che gli umani se ne fanno è mutevole nel tempo (ad esempio dal Dio guerriero spietato dell’Esodo e di Giosuè al Padre amoroso di Gesù). Ma come pensare ancora insieme, come un unico Dio, il Signore della Storia e il Dio cosmico, nel momento in cui l’Universo è dilatato ai nostri occhi non solo nello spazio ma anche nel tempo? In realtà, l’immagine di Dio che anche i teologi hanno è ancora infantile, terribilmente infantile. Nella sostanza, quella di un Qualcuno che dal suo vertice contempla in basso quello che accade, e magari vi interviene, entro un quadro in cui tutto è contemporaneo. In sostanza, noi riusciamo a concepire Dio come Dio della Terra, non come Dio della Galassia o dell’Universo (ammesso che ce ne sia uno solo). E anche per questo Qualcuno che concepiamo così limitato ci sarebbe un prima e un dopo. Infatti teologi e biblisti parlano di un Dio che si commuove, che prova amore, e che non è nemmeno più lo stesso dopo la vicenda di Gesù. Ma proiettare un prima e un dopo (la Resurrezione, per esempio, e il ritorno di Cristo al Padre) su scala cosmica, dove un messaggio con la Buona Novella partito dalla Terra alla velocità della luce sarebbe oggi ancora molto vicino al nostro pianeta e lontano dai confini della Galassia, mi pare un’ardua impresa.

3 pensieri su “Rileggo Simone Weil 81

  1. -Cercare l’armonia nel divenire, in ciò che è il contrario dell’eterno. Cattiva unione dei contrari.-
    ma è quello che ha cercato lei…
    l’armonia
    è nel divenire.

  2. Indubbio. Simone Weil è gnostica. Il tuo bellissimo post solleva tanti problemi, difficili da risolvere o anche solo da annotare. Te ne segnalo uno: la natura dell’intervento di Dio nella storia. Non necessariamente deve essere concepito alla maniera provvidenzialistica di un orientamento costante e continuo della sua direzione. Per l’ebraismo Dio interviene ma a vantaggio del suo popolo al quale garantisce una progenie infinita a dispetto dei tentativi reiterati dei suoi nemici di annullarlo. Per il resto la storia va dove il vento della violenza e della forza la porta. L’intervento di Dio è frutto del continuo dialogo, spesso aspro e agonistico, tra Dio stesso e il suo popolo. Il cristianesimo allarga, rompe la limitatezza ebraica, rottura peraltro annunciata e prevista dalla Torah là dove racconta dell’alleanza tra Dio e Noè. Affermare come fa la Weil che la visione provvidenzialistica della storia si rivolti contro il cristianesimo è una forzatura, perché la secolarizzazione della provvidenza imprime un segno del tutto particolare al movimento storico, tale che ben poco vi rimane dell’indirizzo impressovi dall’intervento divino così come concepito dal cristianesimo antico. Insomma, per quanto la secolarizzazione si eserciti su una base giudeo-cristiana, rimane comunque il fatto che la sua legittimità, come dice Blumenberg, sia un contributo suo proprio. La teologia non risponde a molte delle esigenze esplicative richieste dal pensiero moderno solo perché incapace di mostrare con forza la trascendenza divina e oscillando continuamente su piani che si intersecano con epistemologie e descrizioni della realtà che sono autosufficienti per metodo e per contenuto e quindi sono sottratte per definizione alla comprensione della trascendenza. Il rischio è quello di applicare a Dio le misure del mondo.

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