Democrazia

In una società libera, le idee si esprimono apertamente, e vi è un continuo confronto. Il dibattito e la negoziazione sono lo strumento per risolvere i problemi. Chiunque può assumere una posizione critica nei confronti del Governo. E la democrazia esiste solo là dove è ammesso un dissenso pubblico e organizzato. In Cina, dove la natura militare del leninismo è ancora evidente, dissentire pubblicamente dai timonieri costa caro.

13 pensieri su “Democrazia

  1. La democrazia occidentale è una democrazia capitalistica in transizione verso la guerra e il fascismo: ciò significa che essa tende a trasformarsi, a causa dell’effetto congiunto dell’imperialismo, del razzismo e della crisi economica mondiale, in una “Herrenvolkdemocratie”, in una “democrazia del popolo eletto”. Gli apologeti della società liberaldemocratica, vale a dire della “Herrenvolkdemocratie”, sostengono oggi che il più grande ostacolo alla espansione universale della democrazia (la nuova incarnazione del reaganiano “Impero del male”) è rappresentato dalla Cina, paese in cui “non è ammesso un dissenso pubblico e organizzato”, talché lottare con ogni mezzo per un mutamento di regime a Pechino sarebbe una nobile impresa al servizio della democrazia e della pace: questo è il messaggio che è stato diffuso da Oslo in tutto il mondo proprio mentre la flotta militare Usa svolgeva le sue ‘esercitazioni’ a poca distanza dalle coste cinesi. In realtà, il discorso pronunciato dal presidente del Comitato Nobel in occasione del conferimento del premio per la pace a Liu Xiaobo si configura come un vero e proprio manifesto di guerra. Ma vi è di più: identificando causa della pace e causa della democrazia, il presidente del Comitato Nobel ha mistificato la storia del colonialismo, che ha visto spesso paesi ‘democratici’ condurre azioni espansionistiche facendo ricorso non solo alla guerra e alla violenza più brutale, ma perfino a pratiche genocide. Per limitarci agli ultimi venti anni, quindi a partire da quei grandi successi della ‘democrazia’ che furono l’abbattimento del muro di Berlino e il crollo dell’Urss, che altro sono state se non guerre imperialiste perfide e feroci, quantunque mascherate come “guerre umanitarie” (sic!) o di “enduring freedom”, la prima guerra del Golfo, la guerra contro la Jugoslavia, la seconda guerra del Golfo, la guerra in Afghanistan e quella che si sta preparando contro l’Iran, guerre tutte condotte da grandi ‘democrazie’ e in nome della ‘democrazia’? È un brutto segno quando anche coloro che criticano a parole le merci e il mercato si comportano nei fatti come quel filosofo ‘democratico’ e occidentale, John Stuart Mill, che ha difeso le guerre dell’oppio contro la Cina sostenendo che esse erano un contributo alla causa della libertà e precisando che in gioco era la «libertà dell’acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore».

  2. Caro Barone, Lei sbaglia di grosso scambiandomi per un occidentalista acritico. Ma il punto non è questo, il punto è che Lei con tutta la sua tirata antiliberale non tocca per nulla la mia argomentazione, che non è una difesa delle aberrazioni della democrazia occidentale. La Cina attualmente non presenta quei requisiti di democrazia – non formale ma sostanziale – cui mi riferisco. In Cina non c’è libertà. E in realtà l’Occidente è molto timido nei suoi confronti, e giustamente, vista la potenza economico-militare cinese. Capisco anche la Sua frustrazione per la sconfitta dell’URSS e dei suoi satelliti, e la Sua ovvia tendenza a vedere nella Cina quello che non è. Quella dell’Herrenvolk poi lascia addirittura basiti.
    Debbo poi precisare che io non sono affatto un critico a parole delle merci e del mercato, anzi. E pare che non lo siano neppure i Cinesi.

    1. Caro Brotto, secondo Lei “un dissenso pubblico e organizzato” è un requisito “sostanziale” della democrazia? Ed è davvero certo che “la sua argomentazione non è una difesa delle aberrazioni della democrazia occidentale” o, almeno, non le implica? Io penso che la Cina sia anche lo specchio deformante in cui si riflette la crisi della democrazia capitalistica occidentale, la sua trasformazione in una “Herrenvolkdemocratie” e il suo rapporto sempre più contraddittorio con la tradizione liberale. Se questa premessa è corretta, la conseguenza che ne deriva è la necessità di una critica radicale della democrazia. In effetti, sia il ‘demos’ che il ‘kratos’ sono entità compatte, uniche ed univoche, non duali e non scindibili. Così, la democrazia presuppone l’identità di sovrano e popolo (la sovranità popolare), laddove, da un lato, la società divisa in classi ha scisso e reso illusoria questa identità mettendone a nudo la falsità ideologica, e, dall’altro, la divisione dei poteri così come la stessa esistenza di “un dissenso pubblico e organizzato”, nel corso del grande passaggio storico dal liberalismo alla democrazia, si sono rivelate altrettante maschere dell’unità del potere in mano ad una sola classe (basti pensare all’inesistenza o alla marginalità di una reale opposizione nell’attuale regime di “monopartitismo competitivo” che domina il nostro paese). È possibile affermare perciò che, se la libertà è differenza, la democrazia è identità (si badi bene, identità dei dominanti e dei dominati, dei governanti e dei governati, degli sfruttatori e degli sfruttati, di coloro che comandano e di coloro che ubbidiscono, ossia la completa identità del popolo omogeneo): ciò spiega, fra l’altro, la dialettica, a volte aspramente conflittuale, che si instaura fra liberalismo e democrazia. Orbene, nella fase storica che stiamo vivendo oggi, questo nodo teorico-pratico si sta avvicinando alla sua recisione. La ‘democrazia è infatti diventata un’idea debole, dal momento che è un sostantivo (democrazia) che ha sempre bisogno di aggettivi qualificativi per definirsi (liberale, autoritaria, sociale, populistica ecc. ecc.): ciò denota una mancanza di autonomia concettuale e, in definitiva, un indebolimento della nozione stessa. Naturalmente, la critica della democrazia che àuspico non è né la critica della democrazia condotta da un punto di vista liberale né quella condotta da un punto di vista tecnocratico (che è quanto dire: Locke contro Rousseau o Comte contro Rousseau) né, tanto meno, quella che opera, come ha fatto Gianfranco Miglio, un ‘mix’ tra l’una e l’altra; essa è una critica di tutt’altra natura, che muove da una realtà storica in cui, paradossalmente, la democrazia entra in crisi perché ha vinto su tutta la linea (quindi, Hegel e Marx). Ma, quando si è vinto su tutta la linea, è evidente che l’unico nemico che rimane è se stesso. In realtà, anche se si fa un gran parlare di liberaldemocrazia, la democrazia ha dei problemi con la libertà e, quindi, è proprio in questo punto nodale che essa va aggredita sul piano critico. Per quanto riguarda la Cina, essa, e non Liu Xiaobo, meriterebbe il Nobel per la pace, giacché è il paese che ha compiuto i più grandi progressi sul terreno della rooseveltiana “libertà dal bisogno”: una libertà che costituisce la matrice e la radice di tutte le altre libertà, oltre che di una pace durevole.

  3. Non condivido la premessa – che la Cina sia anche lo specchio deformante in cui si riflette la crisi della democrazia capitalistica occidentale, la sua trasformazione in una “Herrenvolkdemocratie” e il suo rapporto sempre più contraddittorio con la tradizione liberale – che non è affatto corretta. Di conseguenza, anche il resto è totalmente errato. Qualunque luogo in cui chiunque esprima dissenso ha come destino il gulag, come avviene in tutte le società comuniste, per me è un inferno.

  4. Brotto nega di essere “un occidentalista acritico”, ma la sua replica sconfina nel feticismo della democrazia borghese dal momento che rifiuta qualsiasi riflessione critica sui limiti e sulle degenerazioni di questo regime politico-istituzionale. Per quanto concerne quelle che Brotto definisce impropriamente “società comuniste” (ma che in realtà sono “società socialiste” o “di transizione”), rispondo: a) che la peggiore società socialista sarà sempre migliore della migliore società capitalistica; b) che il capitalismo ha prodotto il vero inferno, cioè il nazifascismo e la Shoà; c) che “quel ventre è ancora fecondo”.

  5. Caro Barone, io non rifiuto affatto “qualsiasi riflessione critica”. Rifiuto la Sua, che di critico non ha nulla, nonostante l’apparenza, in quanto si fonda su di un’utopia dogmatica, che determina in Lei un accecamento totale, che La porta a vedere nella peggiore società comunista (smettiamola con la panzana della “transizione”, in cui è rimasto a credere in buona fede solo Lei) comunque qualcosa di migliore della miglior società capitalistica. Come dire che Lei preferirebbe vivere in Corea del Nord piuttosto che in Svezia. Se questa non è follia, che cos’è? Quindi, caro Barone, vada in pace, e si cerchi un altro blog, che ospiti più volentieri i Suoi scritti. La Rete (creatura del capitalismo occidentale) è pluralistica e accoglie di tutto, dai Qaedisti ai leninisti inguaribili. Un caro saluto.

    1. Cara Morena, amicus Plato, sed magis amica veritas. Questo blog non è un luogo di socializzazione. Se le idee sono incompatibili, si devono esprimere in un luogo ove incontrino maggior simpatia. Immagino che tu non avresti la stessa sollecitudine se l’ “ospite” fosse un fascista. Ma per me fascisti e leninisti pari sono. Ora è chiaro che questa equazione per Barone è inaccettabile. Se Barone avesse un suo blog, io non insisterei con commenti a cercare di convincerlo del fatto che la democrazia alla occidentale (e ci metto dentro India, Giappone, ecc.) è oggi il minor male possibile. Esiste una percezione della convenienza, un modo di evitare di insistere per non divenire molesti. L’ideologismo di Barone lo porta ad esagerare in questo, e non trovo fecondo un confronto di questo tipo, che diventa inevitabilmente una “confrontation”.

  6. Ho recepito perfettamente entrambe le posizioni, Fabio, ma ciò non toglie che entrambe mi spingano alla riflessione e che le trovi, entrambe, “feconde”, sempre in una prospettiva speculativa.
    Il mio concetto di libertà di pensiero è abbastanza ampio e limpido da sostenere anche gli eventuali spigoli o la pedanteria di quello altrui.
    Qualsiasi opinione, purché non sia intollerante.
    Non concordo, a dire il vero, sulla tua equazione politica (la trovo riduttiva, ma rispetto la tua idea), ma il punto, sottolineo, non è questo.
    Proprio perché non ami le epurazioni e non stai qui a socializzare, dovresti apprezzare qualsiasi apporto intellettuale, dal momento che, ne sono certa, il Sig. Barone non sta covando una nuova Rivoluzione d’ ottobre.
    Personalmente ho tratto benefici dai suoi diversi e competenti apporti culturali, cosa di cui lo ringrazio.
    Solo in questo modo, a mio avviso, la democrazia non si riduce ad una “tirannia della maggioranza”.
    Con l’ amicizia e la stima di sempre.

  7. Non sono affatto d’accordo, cara Morena, sull’idea che la democrazia sia salvaguardata solo se “qualsiasi apporto intellettuale” sia accolto ovunque. Ci sono riviste e giornali e tv che hanno la loro linea. Non ti puoi lamentare se un giornale non pubblica i tuoi interventi, o se un blog non accoglie i tuoi commenti. Il pluralismo non è “interno” alla singola pubblicazione. La democrazia, invece, impone che esistano spazi in cui si possa sentire ogni voce, spazi pubblici. Esattamente quel che manca nei Paesi amati da Barone.

  8. Numerosi paesi hanno boicottato la cerimonia per il premio nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, tenutasi l’altro giorno a Oslo. Oltre alla Cina, i paesi assenti «per varie ragioni» sono: Russia, Kazakhstan, Colombia, Tunisia, Arabia Saudita, Pakistan, Serbia, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Venezuela, Filippine, Egitto, Sudan, Ucraina, Cuba e Marocco.
    (http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/379004/).
    Non è un caso che siano tutte società in cui il dissenso pubblico e organizzato costa caro. E che paesi come il Sudan, la Corea del Nord, l’Iran e la Siria abbiano – oltre al sostegno sia economico che militare esteso ai terroristi nel mondo – una cosa in comune: l’alleanza con il bel carcere popolare cinese, « che ha compiuto i più grandi progressi sul terreno della rooseveltiana “libertà dal bisogno” », ancorché la gestione statale dei bisogni non sia propriamente « ottimale » e necessiti di qualche campo di concentramento per educare il popolo… alla « transizione » definitiva al Comunismo. E’ interessante anche l’accostamento fra paesi ex comunisti (Russia, Kazakhstan, Serbia, Ucraina, Cina, Cuba), comunistizzanti (Venezuela) e paesi islamici (Tunisia, Arabia Saudita, Pakistan, Iraq, Iran,Afghanistan, Egitto, Sudan, Marocco) dove – a differenza dei paesi a democrazia avanzata – i diritti umani non sono riconosciuti e non è sicuro fare politica. Si potrebbe irononizzare su Marx, Maometto e il Sig. Barone uniti nella lotta…

    Made in China>

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