Super eroe

Ho scritto in passato un paio di post sul fenomeno della violenza nel calcio, qui e qui. Gli eventi di ieri a Genova, con la partita interrotta dal gruppo violento dei Serbi, mi conferma nell’analisi che riporta il fenomeno della violenza intorno allo sport all’origine stessa dell’umano e al ruolo fondativo della rappresentazione, oggi magnificato dai media tecnologici.



Ivan, il capo dei tifosi serbi (e già il termine tifoso, che si riferisce ad una malattia che a sua volta rimanda a febbre e invasamento, denota la dimensione violenta e sacrificale latente), appare in tutti i media mondiali come una  immagine, oscillante tra quella di un super-eroe dei fumetti e quella di un eroe del wrestling. In ogni caso con un’aura che lo circonda. In entrambi i casi, si tratta di eroi, ovvero figure destinate a produrre effetti mimetici a cascata. Questi non sono legati al fatto che il giudizio sociale maggioritario sia positivo o negativo, dato che comunque a livello globale, e anche nelle singole società complesse, non esiste un punto di vista unico. Del resto, la violenza esercita un fascino irresistibile, che contagia sia chi si ritrae inorridito sia chi nell’orrore si tuffa.

13 pensieri su “Super eroe

  1. Io credo che sia fuorviante stigmatizzare la violenza “nel calcio”, che, molto probabilmente, miete meno vittime della violenza nelle metropolitane, nelle periferie stressate e degradate delle città, nelle campagne maledette e orrende dove si seppelliscono donne stuprate ed ammazzate, nelle stanze degli istituti religiosi dove si formano i teneri virgulti distruggendo loro la vita per sempre, negli istituti di cura psichiatrici, ed in tutta una serie di altri luoghi adibiti ad usi e scopi ben diversi dall’ esercizio della violenza.
    Dico questo perché, pur essendo completamente indifferente al fenomeno calcistico -forse perché è cosa da amarsi quando la si è anche sperimentata- , ricordo di averne letto interpretazioni invece interessanti ed affascinanti, capaci di coglierne aspetti che oggi – a causa della sua pesante onnipresenza mediatica che ne ha stravolto l’ originaria natura- sono irrimediabilmente offuscati.
    Negli anni 70 Pasolini (ottima ala destra) definiva il calcio come “… l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione…”
    Camus, invece, dovette accontentarsi di un semplice Nobel per la letteratura, a causa della sua salute cagionevole, che gli impedì di realizzare il suo più vero sogno di una carriera nel mondo del pallone.
    E se Sartre lo considera “metafora della vita”, Saba gli dedica le “cinque poesie per il calcio”.
    La violenza – dici bene- è in noi latente. Siamo cattivi; perfettamente in grado, una volta ammassati e spersonalizzati, di scannarci a vicenda anche nel corso di un corteo pacifista.
    Il mimetismo ci sa rendere inoltre anche imbecilli, ci decerebra a tal punto da formarci le passioni ed i sentimenti, e quel che gli schermi potenti dei media -strumenti del denaro- decideranno di indurci a pensare, noi lo penseremo diligentemente. E poi abbiamo netta propensione per eroi di bassa levatura: troppo faticoso emularne altri, più nobili ed alti, autoindulgenti e molli come siamo…

  2. Per me Fabio coglie nel segno. Non si tratta di demonizzare il calcio, come sembra tema Morena, ma di vederne gli aspetti di catalizzatore della violenza mimetica vistosamnte potenziati dall’amplificazione mediatica. L’effetto “a cascata” ci sarà eccome, del resto è già in atto. Non sono singole azioni efferate da cui lo spettatore è portato a prendere le distanze, ma il riemergere della violenza originaria. In questo senso la citazione di Pasolini mi sembra perfetta : “sacro”, “rito”… nel senso della religiosità arcaica.

  3. Anche se mi interesso raramente di calcio, ho trovato esilarante l’ignoranza interpretativa (che dipende da un’ignoranza più ampia, storica e culturale) dimostrata dai telecronisti italiani circa il saluto dei giocatori serbi ai loro tifosi, saluto fatto nel tentativo di calmarli e di farli sentire dalla loro parte. I giocatori della Serbia hanno salutato, infatti, con il gesto tradizionale delle tre dita, che è il gesto storico del nazionalismo serbo e indica fedeltà a Dio, alla patria e allo zar (quello moscovita, in nome dell’alleanza panslava). In realtà, se i disordini provocati dagli ultras serbi rientrano nella normale fenomenologia calcistica (peraltro amplificata a dismisura dai ‘mass media’), l’episodio è rivelatore di qualcosa di più profondo di una semplice gaffe. L’Italia ha infatti scoperto la Serbia undici anni dopo averla bombardata, ammesso, e non concesso, che gli italiani si ricordino di aver bombardato la Serbia. Questa società ha in effetti connotati sempre più orwelliani per cui il ricordo collettivo del passato sembra inficiato da una perenne sindrome di Korsakoff, in cui i vuoti di memoria vengono riempiti con gli stilemi e i mitemi, sempre fantastici e talvolta deliranti, dei “mezzi di distrazione di massa”. Dal canto suo, la società serba esprime le tensioni e le reazioni che caratterizzano un paese che, dopo dieci anni di guerra civile e altri dieci di stagnazione economica, sta cercando di ottenere l’ammissione nel mondo liberista europeo. Quella che si è vista nelle strade di Genova è, dunque, una reazione di rigetto di questo conato liberista imposto dall’esterno e mediato dalla classe compradora interna. I tifosi serbi non si sono scontrati con i tifosi italiani: hanno scelto invece una platea internazionale per conferire al loro messaggio politico la massima risonanza. Solo un paio di striscioni in italiano, compreso uno sul Kosovo, ricordavano la loro presenza nel nostro paese. Ma nel complesso, considerando che l’Italia nel recente passato ha bombardato la Serbia, ci hanno ignorati. Se l’ottusità nella comprensione delle azioni simboliche non fosse nel nostro paese pressoché totale, questo atteggiamento ha un solo significato: quello del disprezzo.

  4. Ricordo che Bossi al tempo della guerra del Kossovo andò ad esprimere la solidarietà padana al dittatore comunista Milosevic.
    Certo, dal punto di vista baroniano un comunista massacratore di Kossovari è molto meglio dei liberisti europei che lanciano bombe. Certo, di contro, che quella della NATO è stata un’azione imperiale armata, ma se non ci fosse stata oggi conteremmo i morti a centinaia di migliaia. Ad ogni livello della politica si deve scegliere il miglior male.
    Per me, il capitalismo liberista è meglio del capitalismo comunista, per l’amico Barone è meglio quest’ultimo. Opinioni. C’è una differenza, però: nel capitalismo liberista lui può esprimere le sue, nel capitalismo comunista io non potrei esprimere le mie…

  5. Le bombe della Nato erano vere .
    Invece il comunista massacratore di Kossovari non era nè comunista ne massacratore .
    Erano tutte fandonie .
    Alla fine l’unica pulizia etica è stata quella subita dai Serbi e sopratutto dagli albanesi non allineati con la mafia Uck
    Ormai è stranoto .

    E Ivan l’uomo mascherato ci ha fatto divertire piu’ della partita di calcio .
    Per tutto il resto sono d’accordo

  6. Srebrenica si trova in Bosnia e non c’entra nulla col Kossovo nè con la Serbia.

    La Nato ha bombardato la Serbia per il falso massacro dei kossovari e non per il vero massacro di Srebrenica

    Il massacro di Srebrenica ( 1995) invece si è verificato nel corso di una guerra civile interna alla Bosnia Erzegovina ( serbo bosniaci contro musulmani) ben 4 anni prima che la nato bombardasse la Serbia ( 1999) e , anche giuridicamente , non è mai stato addebitabile alla Serbia

    Le Twin Towers non è ancora noto ufficialmente che li ha buttate giu’ ( parola dell’Fbi ) , ma il 60% degli americani sospetta che le versioni ufficiose presentate sino ad oggi non siamo veritiere

    Lo so che è complicato , ma non è colpa mia .

  7. Notevoli percentuali di Americani credono anche alle astronavi aliene cadute nel deserto e occultate dal Governo. La teoria del complotto è sempre operativa. Certo che il massacro di Srebrenica non è stato ordinato ufficialmente dal Governo serbo (nemmeno molte stragi fatte dalle SS e dai loro fiancheggiatori, a suo tempo, trovano riscontro in ordini ufficiali), ma Bosnia e Kossovo rientravano nel piano della Grande Serbia. In effetti, è complicato, ma non è colpa mia.

  8. Va bene .. va bene ..
    le armi di distruzione di massa in Iraq esistevano veramente , Milosevic ha ammazzato 400.000 kossovari ( cosi disse in televisione del ministro Giovanna Melandri ) e il comandate Mladic fu obbligato dalla confinante Jugoslavia a massacrare 8000 musulmani .

    Va meglio adesso ?

  9. Guarda che io ero contrario in toto alla guerra all’Iraq, e lo sono al modo in cui viene condotta quella in Afghanistan. Non sono favorevole a qualsiasi decisione degli USA e della NATO a prescindere. Però non sono molto propenso a sviluppare polemiche con quelli che utilizzano il tuo approccio, che trovo del tutto ideologico, e che tende ad attribuire all’interlocutore pensieri che non ha.

  10. Non credo che si possa essere nè d’accordo nè contrari se prima non si fanno i conti con l’esattezza delle informazioni che si ricevono.
    Io sarei stato d’accordo con l’intervento in Iraq se fosse stato vero che questo paese era un pericolo o della Nato in Kossovo se fosse stato vero che Milosevic stava uccidendo o voleva uccidere 400.000 kossovari .

    “Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento “(Henry Kissinger, in una intervista del 28 giugno 1999 rilasciata al quotidiano britannico Daily Telegraph)

    Kissinger :

  11. Gli è, caro Thomas, che l’esattezza delle informazioni che si ricevono e il loro controllo dipendono dalla credibilità delle fonti. E la credibilità delle fonti è largamente dipendente da motivazioni che con la razionalità dipendono poco. E io qui non mi imbarco in una guerra di citazioni, che non risolverebbe nulla. In ogni caso: in Bosnia i Serbi hanno fatto un macello, e lo avrebbero fatto anche in Kossovo. Per loro, queste due regioni sono state strappate dai Turchi e sono sacre alla Patria, e i Serbi sono stati sempre animati da desiderio di rivincita. Né per questo io do loro torto in tutto. Basta leggere “Migrazioni” di Miloš Crnjanski, su cui ho scritto una nota in questo blog, per farsi un’idea delle radici storiche
    ( https://brotture.wordpress.com/2008/08/09/migrazioni/ ). Con questo non voglio affatto “angelizzare” i kossovari. Le due etnie si odiano, questo è un dato, e basta interpellare qualche kossovaro immigrato da queste parti per averne ampio riscontro. Per me qui il dibattito si chiude.

  12. Se l’amico Brotto me lo consente, vorrei riferire, una volta chiuso il dibattito, a titolo di paralipomeno, un racconto che concerne il rapporto tra i Serbi e il Kosovo. La leggenda che segue mi sembra così ricca di insegnamenti (sul rapporto fra mito e storia, sulla inseparabilità della sconfitta dalla vittoria e sul carattere di lunga durata della questione del Kosovo), da meritare di essere proposta alla riflessione di chi segue questo blog (“De nobis fabula narratur”…!).
    Nel 1389 il Kosovo stava per assistere alla grande battaglia fra i Serbi, che difendevano la loro terra, e gli invasori Turchi comandati dal sultano Murad I. Due giorni prima della battaglia decisiva, il re Lazzaro Hrebeljanoviç, capo delle truppe serbe, ricevette da un uccello, che proveniva da Gerusalemme, un messaggio della Vergine Maria, che gli chiedeva di scegliere tra due regni: quello terrestre e quello celeste. Egli scelse quest’ultimo e quindi perse, oltre alla sua stessa vita, la battaglia del Kosovo, in cui il suo esercito fu distrutto e il regno di Serbia fu privato della sua indipendenza. Tuttavia, la sua vittoria spirituale fu tanto grande e duratura, che il giorno della battaglia (15 giugno 1389) diventò per tutti i Serbi, sotto l’occupazione turco-ottomana, il giorno di una festa segreta (e tale è rimasto sino ai nostri giorni).
    A ogni primavera il campo di battaglia del Kosovo si ricopre di fiori rossi. Si racconta che, nel 1913, in occasione delle guerre balcaniche, l’esercito serbo, interamente ricostituito dopo che la Serbia aveva riacquistato e consolidato, durante il XIX secolo, la sua indipendenza, marciasse in punta di piedi attraverso la piana del ‘Campo dei merli’ (Kosovo Polje) per non svegliare i morti.

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