Le ultime cronache del Barset

Le ultime cronache del Barset (The last chronicle of Barset, 1867, trad.it di R. Cazzullo, Sellerio 2009) è l’ultimo romanzo del Ciclo del Barset, ed è anche un vasto romanzo di oltre mille pagine. Delle doti di Trollope come narratore e del suo sguardo “quasi manzoniano” ho già detto altrove. Qui si ritrovano (alcuni di sfuggita) molti dei personaggi già conosciuti in altri libri del ciclo, a cominciare dall’ex Amministratore Harding,  per proseguire con l’Arcidiacono Grantly e sua moglie e con il Vescovo Proudie e la terribile consorte. Ma anche il personaggio chiave di questa storia, il Reverendo Crawley, erudito poverissimo dal carattere impossibile, lo avevamo già incontrato, come moltissimi altri.

La grandezza dell’arte di Trollope sta nel suo riuscire a conferire agli uomini e donne che si muovono nell’immaginario Barsetshire una vita autonoma. Difficile, alla fine, pensare che L’Arcidiacono sia un puro frutto di fantasia. E’ troppo vero, c’è in lui, come in tutte le creazioni dgli artisti superiori, un di più di vita.

Ma questo, se lo consideriamo attentamente, è un libro sull’orgoglio, e sulla rigidezza che esso introduce nei rapporti umani, facendoli, per così dire congelare. C’è il disdegnoso gusto di Crawley, che lo porta a far soffrire la fame alla famiglia e a rasentare il suicidio per il piacere terribile di non piegarsi mai, di tenere sempre in pugno una rettitudine oltranzista che si vuole ancorata a valori morali non negoziabili. C’è l’orgoglio di Grantly, che respinge la possibilità che suo figlio sposi una donna poverissima sul cui padre (lo stesso Crawley) grava il sospetto di aver rubato un assegno. C’è l’orgoglio di Lily, che respinge ostinatamente l’unico uomo che potrebbe darle una vita piena e felice, per mantenere fede all’immagine che di sé si è costruita; c’è l’orgoglio della Signora Proudie, che annienta il marito e sacrifica tutto e tutti al prestigio, ecc. ecc. Il gelo che promana dall’orgoglio tende a isterilire ogni rapporto umano, ma nello stesso tempo lo scrittore mostra come gli uomini siano complessi e come anche chi è dominato dall’orgoglio, in misura più o meno ampia, abbia talvolta l’opportunità di uscire dalla sua presa. Occorrono però le circostanze. E il mestiere di un grande narratore vittoriano come Trollope è di fornirle.

Ecco una magnifica descrizione del reverendo Crawley: “Era un uomo che una volta visto non si poteva facilmente dimenticare. I profondi occhi incolleriti che protestavano, le sopracciglia arruffate, che raccontavano storie di frequente collera, – di collera frequente ma di solito silenziosa – l’indignazione repressa del consueto cipiglio, il naso lungo e la larga bocca potente, le profonde rughe sulle guance, e il generale aspetto di riflessione e sofferenza, tutto si univa a rendere notevole l’aspetto di quell’uomo, e a descrivere all’istante a chi lo osservava il suo vero carattere. Nessuno vedendo il signor Crawley lo scambiava per un uomo felice, o un uomo debole, o un ignorante, o un uomo saggio.” (pp. 236-237)

 

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