Filosofia di passione 4

Ricordo un incontro cui partecipai molti anni fa a Venezia. Tra gli oratori c’erano Enzo Bianchi e Massimo Cacciari, che sedevano l’uno accanto all’altro. Ero abbastanza vicino a loro, tanto da poter udire il primo chiedere sottovoce al secondo che cosa ne pensasse di René Girard. Cacciari rispose: “Questi francesi dopo aver letto un pugno di libri credono di aver capito il mondo”. Questa sentenza mi è venuta in mente leggendo i rilievi critici mossi da Fornari a Girard. In effetti, Fornari riconosce che è proprio la delimitazione, la ristrettezza dell’approccio girardiano ciò che gli dà forza. Il procedere di Girard è lineare, polemico e sbrigativo, non dialettico. Individua dei nemici e taglia loro la testa, ma è proprio la sua rozzezza che gli consente di afferrare il nucleo della verità. Questo pensa in sostanza Fornari del suo maestro, salendo sulle cui spalle ritiene di poter costruire una teoria più completa, ma non rivale (rivale è, secondo Fornari, quella di Gans). Fornari mette in rilievo alcuni punti deboli della teoria girardiana, ma a mio giudizio rimane fedele ad alcuni suoi cardini, che mi paiono molto problematici. Anzitutto mi pare problematica l’affermazione fondamentale, quella dell’origine della cultura umana, ovvero dell’essere umano, dal processo vittimario. Infatti, come per Girard anche per Fornari l’umano ha origine da un millenario susseguirsi di crisi mimetiche di gruppi preumani, tutte sfocianti nell’espulsione/uccisione di una vittima, con conseguente senso di sollievo e beneficio avvertito dai membri del gruppo, spinti quindi a reiterare l’uccisione di propri membri in occasioni analoghe di stress collettivo. Nasce, nel corso dei millenni, il rito sacrificale come ripetizione di gesti di uccisione collettiva.

La situazione venutasi a creare dopo l’uccisione della vittima non può essere descritta che come un’esperienza vertiginosa. La prima “differenza” che rompe il mondo relazionale e concreto degli animali, la prima scintilla di quella che poi sarebbe diventata coscienza si crea adesso, attorno alla vittima uccisa. Alla violenza che stava travolgendo tutti segue una pace improvvisa, in una sorta di duplice trauma collettivo che è imperniato intorno alla vittima, e che Girard descrive col termine «transfert», preso dalla letteratura antropologica da lui consultata, e reso famoso per lo sviluppo che ne ha dato la psicanalisi di Freud. Otteniamo così i due versanti fondamentali della scena d’origine secondo Girard: il transfert di aggressività, in cui tutti si lanciano contro la vittima, e il transfert di riconciliazione, in cui tutti si riappacificano intorno alla vittima espulsa, vedendola come divina perché non capiscono quanto è successo realmente e le attribuiscono un potere superiore. (p. 67)

Come la prima “differenza” dagli animali possa sorgere senza l’emergere contemporaneo del segno e della rappresentazione è per me del tutto misterioso. Ma soprattutto l’idea che i pre-umani possano vedere la vittima come divina “perché non capiscono quanto è successo realmente e le attribuiscono un potere superiore” pare non molto diversa, in linea di principio, da quella di coloro che parlavano di umanoidi spaventati dai fenomeni naturali, che attribuivano erroneamente ad entità superiori. Da dove verrebbe ad un essere ancora animale il senso del superiore e divino? Si può attribuire a qualcosa un’essenza o una qualità di cui non si ha, se pure oscuramente, un barlume di intuizione? In realtà, l’Origine è del tutto inattingibile, e si possono fare solo delle ipotesi, il cui valore ermeneutico riguarda solo l’umano quale già è, o forse solo l’umano quale appare agli umani di oggi: una proiezione all’indietro. Ciò non toglie che il valore ermeneutico dell’operazione possa essere alto (e secondo me lo è), ma quello di fornire una spiegazione totale dell’umano mi sembra una pretesa temeraria.

Personalmente, non amo particolarmente il termine transfert, con tutto ciò che di psicoanalitico esso si trascina appresso. D’altra parte, è noto che Girard deve molto, per la sua idea di origine, al Freud controverso di Totem e Tabù.

La parola «transfert» si giustifica nel suo senso letterale di trasferimento o traslazione, che ha valore purché non vi si faccia ricorso nell’accezione riduzionista che si è seguita finora, e di cui Girard resta pienamente partecipe. Quello che avviene è un autentico “trasferimento” della violenza sulla vittima, che realizza in forma collettiva e massiccia una tendenza elementarmente sostitutiva, riuscendo a trasformare ciò che è trasferito in una forza opposta, che investe il gruppo salvandolo, cioè effettua su di esso un secondo “trasferimento”, dall’esterno verso l’interno, dal superiore verso l’inferiore. Tutte le future differenze della cultura – quella fra uomo e dio, fra vita e morte, fra dentro e fuori – nasceranno da questo passaggio incomprensibile e convergente fra due stati di per sé contrapposti che trovano nell’evento centrale dell’uccisione la loro risoluzione, la loro successione ordinata.  (p. 68 )

Dunque, abbiamo l’affermazione della centralità dell’esperienza (di gruppo) dell’uccisione di uno dei membri del gruppo stesso. Ad essa viene attribuito un potere fondativo, in quanto essa sta al centro di un movimento, di un passaggio tra due condizioni (stress e rilassamento) da cui scaturirebbero tutte le differenze. Ma perché, allora, tutte le differenze non potrebbero scaturire da fenomeni cui potremmo attribuire una potenzialità estatica non minore, come lo scatenamento nella furia della lotta del gruppo pre-umano contro un grosso animale, con la conseguente felicità della vittoria e del banchetto? Invece, Girard e Fornari pensano che le uccisioni operate dai pre-umani abbiano riguardato per un numero infinito di anni membri dello stesso gruppo umano. Avremmo degli ominidi dediti al massacro periodico di loro compagni, e non all’uccisione di animali di altra specie, cui sarebbero arrivati solo in un secondo tempo. Questo contrasta con l’evidenza del comportamento degli animali a noi più vicini, ovvero le scimmie superiori, e in particolare gli scimpanzé (vedi). Io penso che piccoli gruppi pervasi da mimetismo così violento da imporre periodicamente l’eliminazione violenta di un membro del gruppo non sarebbero sopravvissuti. Dunque una domanda anzitutto dovrebbe riguardare l’entità numerica dei gruppi preumani. In gruppi di poche decine l’uccisione violenta di un membro sarebbe dovuta avvenire abbastanza di rado da non mettere a repentaglio la sopravvivenza del gruppo stesso, ma se avveniva di rado ciò significa che vi erano altri meccanismi per controllare il mimetismo violento. E come potevano esistere al di fuori della sfera della memorabilità collettiva mediata dal segno? Un controllo umano della crisi in assenza del segno è impensabile, e infatti i passi di Fornari in cui si parla dell’origine umana eludendo il tema del linguaggio mi sembrano nebulosi e poco convincenti:

Si è raggiunta una nuova stabilizzazione allorché le comunità preumane sono riuscite a ripetere sotto controllo le crisi da loro vissute e la loro risoluzione vittimaria, ossia allorquando hanno imparato a imitare se stesse perché avevano “capito” che solo così facendo potevano assicurare la propria sopravvivenza. Espressioni come “capire” vanno naturalmente usate tra virgolette, perché non si può parlare in fasi così arcaiche di una comprensione come noi la intendiamo, quanto piuttosto di un nuovo spazio di percezione che, a partire da esperienze di polarizzazione collettiva d’intensità esponenziale, aprono un nuovo campo di associazioni, introducono a nuove variabili che rendono possibili, incidendosi a viva forza nella memoria e nelle emozioni, dei collegamenti prima inesistenti, delle abitudini di sopravvivenza che sarebbero diventate connessioni causali, delle traslazioni reiterate che sarebbero divenute inferenze. Si organizza in tal modo uno spazio simbolico del trasferimento definibile come cultura, e coincidente con le forme più primordiali di religione, a sua volta definibile, nei termini da me teorizzati, come la stabilizzazione del trasferimento primordiale quale rapporto tra superiore e inferiore. Su questa religione, vale a dire cultura, dei primordi, nulla sappiamo in dettaglio, e si possono fare al più delle ipotesi di carattere strutturale e fenomenico (…) (p. 69)

Prendiamo ora in considerazione un altro passo, dal quale emergono e si chiarificano i due punti chiave della prospettiva di Fornari: anzitutto la fondazione dell’esperienza religiosa nel sacrificio, che quindi non può che essere visto come un originante positivo (con le conseguenze che abbiamo già indicato), in cui si coglie, seppur oscuramente, la vera trascendenza, e quindi la liberazione del religioso da quella compromissione essenziale col violento che è un tratto tipicamente girardiano (fin da La violenza e il sacro); in secondo luogo la collocazione di una esperienza religiosa là dove non può sussistere in assenza del segno umano.

La terminologia specifica usata da Girard per i due transfert è spia di un’impostazione teorica che amplifica gli inconvenienti già osservati a proposito del desiderio.
Del concetto di “trasferimento” e della sua legittimità ho già parlato, ed è già significativo che Girard ignori completamente l’opportunità di giustificarlo e spiegarlo; ma sono le specificazioni dei due transfert a denunciare più apertamente le conseguenze di questa mancata tematizzazione.
Il termine «transfert di aggressività» è intanto tutt’altro che indovinato, poiché identifica subito aggressività e violenza, che restano due fenomeni collegati ma nettamente distinti, tant’è vero che in molti casi è proprio l’aggressività a scongiurare la violenza: l’impressione è che Girard tenda inconsciamente a demonizzare tutto ciò che ha a che fare anche alla lontana con la violenza, in modo coerente con la sua demonizzazione dell’imitazione ravvicinata. Nettamente preferibile è invece parlare di transfert violento o persecutorio, ovvero anche di demonizzazione, se si vuole evidenziare l’aspetto della colpevolezza e mostruosità che sono fatte ricadere sulla vittima scelta.
Il termine «transfert di riconciliazione» ha, dal canto suo, un duplice inconveniente: non descrive le risultanze fenomeniche di ciò che doveva avvenire in queste situazioni, ovvero la percezione di una realtà superiore e assoluta che l’intera comunità adorava e alla quale sentiva di dover obbedire; e, di conseguenza, sottolinea solamente l’aspetto orizzontale della pace ritornata nel gruppo, con una deformazione di tipo immanentista che priva il problema di un suo termine fondamentale, vale a dire l’affacciarsi nel mondo naturale e animale di qualcosa che può ricevere soltanto il nome di «esperienza del trascendente» o simili. Con questa semplificazione fenomenica fondamentale il secondo “trasferimento” è ignorato nel suo dipanarsi reale di un significato supremo che si trasferisce sul gruppo, portandolo nella luce dell’esistente. Assolutamente da preferirsi sono pertanto espressioni più fenomenicamente adeguate come transfert di divinizzazione (divinizzante) o sacralizzazione (sacralizzante), o anche transfert estatico (mistico).
(p. 71)

Mentre in Girard l’uccisione della vittima del parossismo della crisi genera un transfert di riconciliazione, ovvero il gruppo preumano si sente sollevato e tutti i suoi membri tornano ad interagire pacificamente, e ciò rimane sul piano puramente mondano, Fornari forza, per così dire, in senso religioso, e parla di una “percezione di una realtà superiore e assoluta che l’intera comunità adorava e alla quale sentiva di dover obbedire”. Dove è evidente la problematicità di un’adorazione in assenza del segno. La forzatura qui è più forte di quella che io vedo in Gans, che attribuisce l’emissione del primo segno (il gesto di appropriazione interrotto) ad un gruppo preumano che avverte la minaccia di una violenza totale e assoluta che proviene dal gruppo stesso. Percezione la cui fondatezza mi sembra anche molto problematica. Da dove deriverebbe questa capacità di percezione? La violenza che potrebbe cancellare il gruppo infatti è già non più animale. Quindi il passaggio dall’animale all’umano è già avvenuto prima della scena originaria gansiana. Questo mi conferma nell’idea che l’Origine è del tutto inattingibile. E anche la relazione tra aggressività e violenza conferma la mia posizione. Lo feci anche notare a Gans, anni fa, sostenendo che se è il terrore della violenza a determinare l’emissione del segno, occorre ben definire che cosa si intenda per violenza, visto che non usiamo questo termine per parlare del leone maschio che uccide una preda né dello stesso leone maschio che uccide un altro della sua specie o addirittura i cuccioli di un altro leone. E’ sempre la questione della retroproiezione all’origine di ciò che è ora significato nel discorso umano. Se la scena originaria è il little bang da cui tutto l’umano origina, al materiale preumano non si può applicare alcuna categoria umana. (4 – continua)

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