D’un tratto nel folto del bosco

 

Ho letto questa favola per adulti di Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco (Feltrinelli, Milano 2005). Il racconto è un apologo sull’intolleranza del diverso e sulla solitudine del ribelle. In un villaggio isolato d’un colpo tutti gli animali spariscono, compresi gli insetti e i pesci del fiume. Per anni la comunità stende un velo sull’accaduto, e ai bambini si narra di un demone Nehi, che infesta il bosco, e si aggira di notte anche nelle strade del villaggio. Due fanciulli, infine, decidono di scoprire dove siano finiti gli animali, e si inoltrano nel bosco. Tipica situazione favolistica. Non mi ha soddisfatto. L’idea di tutti gli animali carnivori ed erbivori che in un luogo segreto vivono insieme come fratelli (il che comporta, poi, un cambiamento di dieta ed abitudini dei soli carnivori, che si abituano a mangiare un vegetale dal sapore di carne, il carnemone) mi sembra bislacca, e maledettamente antropomorfica, come al solito. Per molti umani gli animali risultano pensabili solo attraverso una mutazione della loro natura reale. Ma la forzatura che li rende meri simboli mi sembra non essere più lecita nel mondo contemporaneo, nella nostra cultura che non è più quella medioevale, dove la simbolica concedeva l’unicorno alla vista delle vergini. Possibile che non si possano pensare, e narrare, gli animali come animali? In fondo, dunque, anche Oz riesce ad accettare la diversità solo trasformandola in non-diversità. E questo è un suo grave limite: la diversità deve rimanere tale, altrimenti su di essa si esercita violenza.

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4 thoughts on “D’un tratto nel folto del bosco

  1. Premetto: ho dovuto leggere questo libro per la scuola e non mi è piaciuto. Sono partita con le migliori intenzioni, incuriosita dal fatto che, tra Voltaire e Rousseau, la mia prof di filosofia mi abbia dato da leggere un libricino-favoletta di cento pagine, ma niente. La morale in fondo è universale e giusta, il concetto di memoria come forma di resistenza mi piace, però non ho capito quello che intendi quando parli di diversità e di non diversità. In che modo Amos Oz non accetta in diverso? Grazie!

  2. La diversità di cui scrivo è anzitutto quella tra l’animale e l’umano. In Oz come in molti altri non compare il rispetto dell’animale come animale, ma una sua visione come umano travestito. Gli animali sono erbivori o carnivori. Voler fare dei carnivori degli ex carnivori significa imporre sull’animale un modello umano (pacifista, vegetariano, ecc.). C’è nelle società occidentali sviluppate addirittura gente che vuol insegnare ai gatti a non dare la caccia agli uccellini, che dà loro solo appositi mangimi senza proteine animali, ecc. Forme di violenza mascherata. Il lupo deve fare il lupo, e la pecora la pecora, secondo l’ordine naturale.

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