Sulla superficie dell’acervo, l’attività è frenetica. E c’è un continuo arrivo di cacciatrici, che con le mandibole trascinano ogni sorta di invertebrati: qualsiasi insetto, bruco o verme può essere cibo per le formiche dei boschi, che sono carnivore. Il comportamento degli animali sociali (dagli insetti agli uccelli ai mammiferi) mi affascinava negli anni della mia fanciullezza e mi affascina ancora, per la relazione tra il singolo e l’insieme. Il valore dell’individuo, la sua possibilità di differenziarsi dal branco per qualche carattere solo suo, tra gli insetti sociali è pari a zero, mentre la sua disposizione al sacrificio nell’interesse della collettività è massimo. Sono animali totalitari. La formica lugubris, poi, non tollera altre specie di formiche entro il suo territorio, e le stermina tutte, anche quelle vegetariane, che non rappresentano alcuna forma di concorrenza. Non va per il sottile, non accetta di convivere con gli altri. Ma è natura questa, non cultura.
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Formica lugubris 1
Per tutti gli anni Sessanta, a Venezia, ho avuto a disposizione poche specie di formiche, e in fondo non troppo interessanti: tetramorium caespitum, pheidole pallidula, lasius mixtus. Ma durante le vacanze estive in montagna tutto cambiava, e la mia attenzione era quasi interamente riservata alla formica sanguinea e alla formica lugubris: due specie guerriere, numerose e potenti. Qualche giorno fa, sulle Prealpi trevigiane, ai margini del bosco mi sono imbattuto in alcuni acervi di formica lugubris, e mi sono ricordato di quei tempi lontani, quando introducevo il braccio nudo nel gran mucchio di aghi di pino, e lo ritraevo coperto di piccole guerriere inferocite e odoroso di acido formico. Odore familiare, intermittenza del cuore.
Colombacci 2
Colombacci
Rimasi stupito nel 1971, a Londra, vedendo colombacci a passeggio sull’erba nei parchi, senza alcun timore degli umani. Non ne avevo mai incontrati, nella campagna veneta. Da qualche anno alcuni gruppi di questi migratori sono divenuti stanziali, e dalle mie parti è abbastanza facile incontrarne. Anche vicino a casa mia. L’altro giorno ho potuto fotografarne uno da pochi metri di distanza, posato dentro le fronzutissime chiome del mio olmo. Sono uccelli molto eleganti: dorso azzurrognolo, petto color vinaccia, collare bianco e banda bianca sull’ala, che li rende facilmente riconoscibili. Se li confrontiamo coi piccioni cittadini, questi colombi selvatici ci appaiono come eleganti nobili di campagna ben distinti dalla plebe urbana.
Melitaea
Papavero
Il tempo della fioritura è breve, suggerisce la contemplazione di un papavero. C’è l’espansione della vita e c’è il suo ritrarsi. Conosco pochi umani che sappiano rappresentarsi serenamente il ritrarsi della propria vita. Conosco pochi umani che contemplando un papavero vedano se stessi.
Risponde al sole l’immagine fugace,
si ritrarrà dal libro dei presenti
la memoria che reggi tu, lo stelo,
astro d’amor che si soave ardi.
Il ladro della guerra e della pace,
l’ospite, si annida e tu lo senti
falco delle tue brame, la tua notte,
pietra delle faville e dei tormenti.
Tetramorium
Sul marmo delle scale di casa mia per alcune mattine si svolge un tentativo di volo nuziale di tetramorium caespitum, una piccola formica nera molto comune, che non sdegna di vivere in anfratti dei marciapiedi e dei muri delle città, anche se in campagna i suoi nidi sono piccoli cumuli di terra tra le erbe. Negli anni Sessanta, quando ero studente di scuola media, ogni pomeriggio prima dei compiti dicevo a mia mamma “vado a vedere le formiche” e scendevo dal nostro appartamento a Venezia giù nel rio terà, dove purtroppo le specie di formiche che potevo osservare erano solo due: la tetramorium e la specie rivale pheidole pallidula. Continua a leggere
Gorgoglioni
Natale 1958: vista la mia passione per gli insetti, i miei mi regalarono una lente. La usai per molti anni, per guardare il mondo piccolo, specialmente durante i due mesi di villeggiatura estiva in montagna. Ricordo che le prime creature viventi che osservai con quella lente furono, nella primavera del 1959, degli afidi su di una piantina di fiori che ornava il terrazzino della nostra casa a Venezia. Di quelle creature appresi molte cose interessanti nei libri, ma anzitutto mi colpì moltissimo che animali così piccoli fossero chiamati anche col nome reboante di gorgoglioni. Lessi anche che venivano chiamati le vacche delle formiche, perché queste usano pascersi delle loro deiezioni zuccherine, e le stimolano con colpetti delle loro antenne, quasi mungendoli. Vigilano anche su questi loro armenti, perché gli afidi, attaccati col loro rostro alle piante da cui succhiano la linfa, sono totalmente indifesi, e di fronte ai loro predatori sono come le pecore davanti ai lupi. Imparai, leggendo degli afidi, che in natura spesso l’apparenza inganna, e che le coccinelle, che pur d’aspetto sono forse gli insetti più simpatici e attraenti, sono tigri fameliche e sterminatrici di gorgoglioni. E proprio considerando la sorte di costoro, che sono un popolo numerosissimo, prolifico e continuamente falcidiato, appresi che per la natura la vita del singolo non vale nulla. Ben prima di leggere Leopardi.
E oggi gli Italiani, chissà perché, mi appaiono come un popolo di gorgoglioni.









